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martedì 4 giugno 2019

La tutela dell'ambiente e i suoi effetti pratici - Il caso della roggia Vettabbia

La difesa dell'ambiente e la riduzione dell'inquinamento sono argomenti ampiamente trattati dai media ogni santo giorno, tant'è che a sentir ripetere sempre gli stessi concetti e le stesse parole d'ordine ci si infastidisce pure. Adesso poi i media impazziscono per Greta Thunberg e i suoi continui ammonimenti sul cambiamento climatico in corso, bombardandoci di ulteriori informazioni, in genere in chiave catastrofista, su questo fenomeno.
Vista così la cultura ambientalista appare all'uomo della strada come una delle solite scuse per obbligarlo a pagare oneri aggiuntivi quando utilizza l'auto, o a catalogare scrupolosamente in base al materiale ogni rifiuto che deve buttare. Una cultura che magari può sembrare più adeguata allo stile di vita di star holliwoodiane ricche e annoiate, piuttosto che a quello di chi lotta ogni giorno per trovare parcheggio e arrivare in orario al lavoro.
In Italia si è incominciato ad essere sensibili verso questo tema verso gli anni '70 e io, che sono nato nel 1979, appartengo a una generazione che è stata sensibilizzata verso il tema della difesa dell'ambiente sin dalla più tenera età.
Mi ricordo abbastanza bene com'erano le abitudini a quei tempi, in fondo neanche troppo lontani: molti buttavano le immondizie direttamente per terra, noncuranti dei cestini (che erano più scarsi e si riempivano subito fino all'orlo), gente che aspettava in macchina tenendo il motore sempre acceso, la benzina rossa che conteneva piombo, corsi d'acqua cittadini che erano poco differenti da fogne a cielo aperto. Se penso a tutto ciò, mi accorgo che un po' di abitudini sono cambiate in meglio, ma qual è poi l'effetto sull'ambiente in generale?
Ho sempre abitato in un quartiere periferico nella parte sud di Milano, il Vigentino, situato ai confini tra città e campagna. Non si tratta di un "quartiere dormitorio", come molti di quelli sorti nel dopoguerra, ma di un quartiere che, sebbene a prima vista possa sembrare anonimo, ha una storia plurisecolare.
Il suo territorio è attraversato dalla Roggia Vettabbia, un canale navigabile di origine antichissima che faceva parte delle vie d'acqua un tempo utilizzate per il trasporto delle merci, caratterizzanti il paesaggio di Milano fino al loro progressivo interramento, avvenuto nel corso del XX secolo. La Vettabbia si origina dalla cerchia dei navigli e scende verso sud, attraversando i quartieri di Morivione e Vigentino, dove gran parte del suo percorso è ancora a cielo aperto. Di questo corso d'acqua ho potuto osservare, nel corso degli anni, il progressivo cambiamento delle condizioni ambientali, che vorrei prendere a dimostrazione pratica degli effetti della cultura ecologista (e di tutti gli annessi e connessi) sull'ambiente che ci circonda. Aggiungerò anche alcune immagini per rendere il tutto più evidente.
Il corso della Vettabbia è stato oggetto di inquinamento con sversamenti da parte delle vicine industrie e abitazioni, tant'è fino ai primi anni 2000 era un corso d'acqua color marroncino e dall'odore terribile (foto n.1). La fauna lungo il suo percorso era rappresentata da poche anatre coraggiose, molti gabbiani che si radunavano nei pressi dello stabilimento Sandoz (l'attuale Mipharm) e gli immancabili topi di fogna. Con la fine degli sversamenti e la messa in funzione del depuratore di Nosedo nel 2003 le cose sono iniziate a migliorare. Per prima cosa si è assistito al cambiamento del colore delle acque, dal marroncino al quasi trasparente. Il letto e le rive della roggia erano pieni di rifiuti di ogni sorta, dai sacchetti di plastica a resti di oggetti non meglio identificati, a testimoniare che per diversi anni il corso d'acqua era stato usato in tutto e per tutto come una discarica. Soltanto un lieve miglioramento quindi, ma sufficiente a convincere un maggior numero di anatre a popolare il corso d'acqua, attratte dal prosperare delle piante acquatiche (foto 2 e 3). In compenso se ne andarono i gabbiani, che erano attratti invece proprio dai rifiuti organici provenienti dagli sversamenti fognari.
Prima che la qualità dell'acqua tornasse a livelli tollerabili per la vita acquatica ci vollero alcuni anni, prima sono arrivate le rane e poi, verso il 2008/2009, sono comparsi i pesci, che attualmente popolano in gran numero la roggia. Al momento la fauna ittica è costituita prevalentemente da cavedani (foto n.4), pesci che resistono molto bene all'inquinamento. Si può pertanto ipotizzare che la qualità dell'acqua non sia ancora a livelli ottimali, considerato anche il collegamento della Vettabbia con altri corsi d'acqua della cerchia dei navigli, nei quali è presente una fauna ittica molto più varia.
I topi di fogna sono spariti, mentre è comparso un altro mammifero acquatico, d'importazione stavolta: la nutria.  Sebbene a molti non stia simpatica, ha il pregio di non diffondere malattie come il precedente inquilino. Alle anatre, tutte della specie germano reale, si sono aggiunte alcune gallinelle d'acqua (foto n.5) e, da poco tempo, il corso d'acqua viene visitato da alcuni aironi cenerini e altri uccelli affini, come la garzetta (foto n.6 e 7), uccelli di buone dimensioni e appariscenti, che attirano l'attenzione dei passanti. Nel complesso il corso d'acqua appare in via di continuo miglioramento, tant'è che lungo il suo corso urbano sono stati costruiti parchi e nuovi complessi residenziali. Oltrtepassato il quartiere del Vigentino, la roggia attraversa un'area ancora rurale molto più ricca di flora e fauna, attorno alla quale è stato istituito il Parco della Vettabbia (foto n.8), un posto ideale per fare una passeggiata nel verde a poca distanza dalla città.
Le cose sembrano quindi cambiate in meglio, almeno se osservate dal mio punto di vista: passando oggi vicino alla Vettabbia, vedo uno scorcio di natura inserito nell'ambiente urbano, dove ai "bei vecchi tempi" c'era invece solo una fogna.

Foto 1: la roggia Vettabbia nel 1990: acqua sporca e rifiuti sulle sponde

Foto 2: le piante acquatiche hanno ripreso a prosperare

Foto 3: famiglia di anatre 

Foto 4: il cavedano è la specie di pesce più diffusa nella roggia

Foto 5: gallinella d'acqua
Foto 6: airone cenerino nei pressi dello stabilimento Mipharm

Foto 7: una garzetta perlustra le acque in attesa della preda

Foto 8: laghetto nei pressi del depuratore di Nosedo, nel Parco della Vettabbia





lunedì 15 aprile 2019

Le immagini da cartolina e la ricerca del relax

Nelle immagini delle cartoline o dei poster che sponsorizzano le maggiori mete turistiche, vediamo quasi sempre paesaggi stupendi privi di presenza umana, ad eccezione dell'eventuale coppia (unica a godersi una spiaggia paradisiaca) o della classica fanciulla ripresa di schiena mentre contempla il paesaggio. La situazione è pressoché identica sui social network, per esempio su instagram, dove è facilissimo incappare in immagini come quelle appena descritte. Ovviamente, se ci si reca in loco, la situazione è ben diversa: nelle destinazioni più rinomate la presenza umana dei visitatori è un flusso costante e ingombrante, tant'è che volendo cimentarsi nella realizzazione di una foto "da cartolina", è praticamente impossibile riuscirvi senza ricorrere a tecniche professionali e/o al fotomontaggio per far scomparire le persone.
Nel vedere queste immagini, mi si è fatto strada un dubbio: non sarà che il turista medio, cittadino imbruttito dai ritmi frenetici del suo ambiente, nello scegliere la meta della propria vacanza risponde inconsciamente alla necessità di isolarsi, per cercare un'introvabile pace interiore? Se dovesse essere questa la motivazione principale nella scelta di un determinato luogo, si spiegherebbe il perché delle immagini irreali che vengono propinate dalla pubblicità.
Sarebbe interessante proporre al potenziale turista delle foto degli stessi posti scattate da altri turisti, e osservare se e come cambino le destinazioni scelte.
In fin dei conti i primi turisti (pochi fortunati) si spingevano in luoghi per loro remoti, nei quali era anche possibile trovare le condizioni illustrate sulle immagini promozionali. Forse proprio pensando al turismo degli esordi, quando si va in vacanza ci si aspetta inconsciamente di essere i soli a visitare quel posto in quel momento...ma non è così!
Ad ogni modo, non è forse un errore pensare alle vacanze come un momento per cercare la pace interiore? Troppe altre cose vengono messe all'ordine del giorno nell'organizzare un viaggio o una gita: si va dalle beghe familiari (gestione figli ecc.) alla scelta dell'alloggio, facendo compromessi tra qualità ed economia. Poi arriva il grande giorno e ci si ritrova nel posto dove si voleva andare, senza essere mentalmente preparati per apprezzarlo del tutto.
La ricerca del relax perfetto è una cosa molto complicata da portare a termine, personalmente credo di essere riuscito a raggiungerlo solo poche volte nella vita: i posti dove lo si  trova raramente sono mete del turismo di massa,  più spesso sono luoghi semisconosciuti dove si arriva per puro caso, spinti dalla voglia di esplorare o perché, per un qualunque motivo, non ci si può recare nel solito luogo di vacanza.
Il posto ideale può comportare un viaggio più o meno lungo per essere raggiunto, ma può anche essere un bar appartato, a pochi passi da casa propria, dove godersi in pace il caffè del mattino. Magari in quel momento la clientela è scarsa e, per coincidenza, la radio trasmette una canzone che ci piace: ecco il momento perfetto.
Ad ogni modo vi sono ancora dei posti, anche abbastanza vicini, dove è possibile provare la sensazione di "splendido isolamento", di sentirsi da soli in mezzo alla natura: le nostre montagne per esempio, nelle quali è possibile percorrere dei sentieri con panorami mozzafiato. Bisogna solo armarsi di buona volontà e buone gambe per affrontare i dislivelli. E magari, raggiunta la meta (che non necessariamente deve essere la vetta della montagna), ci si riposa contemplando il paesaggio distante. In questa situazione si raggiunge l'obiettivo di "staccare" dalla routine quotidiana, svuotando la testa dai pensieri assillanti. Questi posti raramente vengono sponsorizzati, ma chi li conosce e li apprezza passa l'informazione agli altri attraverso il passaparola vecchio stile.
Il relax e la pace interiore non sono insomma legati al fatto di trovarsi in un posto "da favola". Ognuno ha la necessità di cercare individualmente il proprio posto speciale dove ritrovare se stesso e la forza di ritornare ad affrontare il mondo.

















lunedì 16 novembre 2015

Immagini che non immagini


In questi giorni non si può restare indifferenti di fronte ai gravi attacchi terroristici dell'ISIS che hanno sconvolto la vicina Francia, seminando il panico e l'orrore tra la popolazione inerme. Tutti i media ne parlano: TV, internet e carta stampata divulgano notizie sconvolgenti su quello che è avvenuto, accompagnate dalle immagini che è possibile pubblicare senza urtare la sensibilità del pubblico più suscettibile. Su questo ultimo punto vorrei però aprire una breve riflessione: quali immagini si possono considerare legittimamente pubblicabili? Sicuramente non quelle dei corpi martoriati delle vittime, tant'è che nessun quotidiano o canale televisivo le ha diffuse. Non posso garantire per internet a causa delle peculiarità di questo media, dove chi sa cosa e come cercare può trovare qualsiasi cosa. Ci si limita quindi a pubblicare le foto delle vittime da vive, solitamente le fototessere utilizzate nei documenti di riconoscimento. Ultimamente però ho assistito a una certa tendenza dei media ad andare a recuperare le foto dai social network, dove le vite di tutti vengono un po' messe in piazza, e se si ha la sfortuna di finire sotto ai riflettori per qualche evento drammatico c'è il rischio di veder comparire in prima pagina delle foto quantomeno inadeguate. Forse sono io retrogrado a pensare che di fronte al dolore si debba mantenere una certa serietà, del resto questo è solo un atteggiamento dettato dalla mia matrice culturale: è cosa risaputa che ai funerali afroamericani di New Orleans si balla e si canta. Comunque, tornando al punto, mi sembra emblematico quello che è successo a Valeria Solesin, la ricercatrice italiana vittima della sparatoria al teatro Bataclan. Non so se anche per le altre vittime della strage è stato così, ma quando stamattina ho aperto un importante quotidiano nazionale ho avuto come l'impressione che Valeria fosse stata uccisa non una, bensì due volte: la prima da terroristi, la seconda dai giornalisti che hanno pensato bene di pubblicare una foto recuperata dalla pagina facebook del fratello della vittima, dove Valeria fa la linguaccia. Sebbene sia stato proprio il fratello a volerla ricordare così, in un momento di serenità, rimango dell'idea che quella doveva restare una scelta personale e che i media si sarebbero dovuti attenere a un maggiore distacco nella scelta delle immagini. Le immagini hanno una grande potenza, maggiore di qualunque parola scritta: gli esseri umani sono creature dotate di memoria prettamente visiva, tutti i nostri ricordi sono costituiti da immagini. Se non vengono scelte in modo adeguato le immagini possono traviare totalmente il messaggio portato dalla parola scritta, togliendo serietà a un articolo che doveva parlare di un fatto doloroso. Se non si capisce questo, a mio parere non si riesce a svolgere il proprio lavoro d'informazione in modo efficace. Informare non dovrebbe essere il tentativo di mirare ai sentimenti del pubblico, mostrando che le vittime erano persone normali con una vita normale fatta anche di momenti allegri: non si capisce il motivo di tutto ciò, visto che nessuno sosteneva il contrario, in quel caso però la notizia riguardava una tragedia, non una festa!
Se confrontassimo i giornali di mezzo secolo fa con quelli odierni noteremmo subito che nei primi il quantitativo di immagini era di gran lunga inferiore. Il motivo non è da ricercarsi soltanto nella facilità estrema con cui oggi è possibile procurarsi immagini: se andassimo a sfogliare le riviste scandalistiche di mezzo secolo fa, vedremmo che le immagini non mancavano neppure allora. Ma la selezione delle foto, quella si che era fatta con criterio. I personaggi pubblici di allora avevano un grande rispetto della loro vita privata e non avrebbero tollerato l'invadenza dei media. Vero è che al confronto con la situazione odierna, dove siamo noi stessi a dare in pasto ai social notizie sulla nostra vita privata, all'epoca era più difficile recuperare informazioni riservate su una persona.
L'ISIS, che fondamentalmente non mira alla ragione ma ai sentimenti (anche e soprattutto di rabbia e vendetta), ha capito bene il valore delle immagini e con queste da forza al proprio messaggio, che continua a convincere giovani europei di origini mediorientali (e non solo) ad aderire alla guerra santa. Buona parte dei messaggi dell'ISIS è costituita da videocomunicati in stile Bin Laden, con le armi in bella vista a dare forza al messaggio. Questi comunicati fanno capire come i leader di questo movimento politico-militare vogliono che il mondo li veda. Questi fantomatici santoni si sono costruiti un'immagine di serietà nel loro ruolo, che nessun media occidentale ha pensato di scalfire. Ci sarebbero un bel po' di cose interessanti che varebbe la pena di sapere su questi nemici giurati dell'occidente. Combattono gli infedeli nel nome di Allah, ma saranno davvero così devoti ai precetti mussulmani? Sarebbe una curiosità non solo per il pubblico occidentale, ma anche per quei giovani che aspirano a diventare i prossimi martiri della fede. Si sa nulla sulla vita privata dei leader dell'ISIS? Hanno un profilo su qualche social dove mettono in mostra la loro vita? No ovviamente, loro ci pensano bene prima di fare una cosa del genere. Perchè sanno che anche la più stupida e insignificante informazione sulla loro vita privata li screditerebbe del tutto, mostrando a tutti che sotto la maschera del santone guerriero si nasconde un uomo come tutti gli altri. 
























mercoledì 31 dicembre 2014

Scatta di qua, scatta di là...

E' da quando ero ragazzino che scatto fotografie. A ogni occasione particolare mi sono portato dietro la mia brava macchinetta per immortalare viaggi, gite, feste e altro. Questa attività l'ho praticata sempre un po' alla buona, senza preoccuparmi di conoscere meglio i rudimenti dell'arte. Negli ultimi tempi tuttavia ha finito per diventare una passione più sentita. Avendo a disposizione una fotocamera compatta che consentiva l'utilizzo in modalità manuale, ho iniziato a impratichirmi con le funzioni più avanzate andando per tentativi, avendo come sola guida un manuale prestatomi da un amico. Poi a settembre ho partecipato a un minicorso di fotografia, per migliorare le mie conoscenze. Infine mi sono deciso a fare il passo successivo, procedendo all'acquisto di una fotocamera più avanzata. Mi ci è voluto un po' di tempo per scegliere il modello "giusto": esistono davvero tante variabili da considerare, oltretutto una macchinetta un po' seria costituisce sempre una spesa importante per chi, come me, non è dotato di fondi illimitati. Bisogna cercare il giusto compromesso tra quello che si vorrebbe e quello che si può avere, senza dimenticare di tenere ben presente l'utilizzo principale che si vorrebbe fare della propria fotocamera: paesaggi, ritratti, macro e via di seguito. Alcuni modelli sono perfetti per un certo tipo di foto ma poco adatti ad altri generi. Altri presentano un buon utilizzo delle nuove tecnologie per renderne più semplice e intuitivo l'uso da parte del neofita, ma d'altro canto sono dotate di un sensore d'acquisizione d'immagine che viene messo in crisi alla prima situazione di luce scarsa. A complicare la situazione, in numerosi forum e recensioni si assiste alla formazione di veri e propri "partiti" pro o contro un determinato marchio. Le discussioni finiscono per degenerare in attacchi immotivati contro i pareri discordi, oppure si assiste a lodi sperticate delle caratteristiche di alcuni modelli, spesso fatte basandosi soltanto sulle proprie esigenze, senza considerare che gli altri utenti potrebbero averne di totalmente diverse. La mia prima scelta comunque era caduta su una reflex Nikon, la D3300: macchina abbastanza compatta, nonostante le reflex non brillino proprio per questa caratteristica, la D3300 garantiva una certa resistenza al rumore elettronico, che forma la sgranatura nelle immagini ad alti ISO. Tra nikonisti e canonisti esiste il maggiore dibattito sui forum, ognouno è convinto della maggiore bontà di reflex e ottiche di un marchio piuttosto che dell'altro. E' una discussione che non porta da nessuna parte, poichè hanno tutti ragione e tutti torto allo stesso tempo: se nell'ambito dei prodotti destinati all'uso professionale entrambi i marchi producono ottimi modelli, per quanto riguarda le reflex amatoriali in linea di principio ho notato che le Canon tendono a privilegiare la facilità d'uso, tramite l'utilizzo di touch screen anche sui modelli di fascia economica, tramite i quali è uno scherzo cambiare le impostazioni velocemente. Le Nikon invece puntano tutto sulla maggiore qualità dell'immagine ottenuta tramite i loro sensori.
Ritornando alla mia scelta, valutando i pro e i contro per alcuni mesi mentre continuavo a tenere d'occhio il listino prezzi, ho finito per considerare che la mia passione per le macro sarebbe stata un po' ridimensionata da una macchina priva di display orientabile: non avevo certo voglia di sdraiarmi per terra per scattare la foto a un bacherozzo utilizzando il mirino ottico!
Questo dubbio ha finito per farmi cambiare scelta, facendola ricadere per un breve momento su una reflex di livello più avanzato, la Nikon D5300, dotata di display orientabile. Questo accessorio a mio parere è indispensabile, oltre che per le macro è fantastico quando si vuole dare una prospettiva un po' originale a una foto paesaggistica, inquadrando l'immagine al livello del terreno. Il costo di questo tipo di macchina era però un po' troppo impegnativo per mie tasche, per averla con l'obbiettivo più economico mi sarebbe venuta a costare più di 600 euro. Oltretutto sarebbe stato un delitto non equipaggiare una macchina così con un'ottica di livello superiore. I miei dubbi permanevano, considerando poi che le reflex sono oggetti dall'ingombro non indifferente. Gli obbiettivi fanno paura solo a guardarli! Può capitare quindi che, complice anche la pigrizia, si scelga di non portarsi dietro la fotocamera per viaggiare più leggeri, finendo per non averla con se al momento giusto. Per fortuna le reflex non sono l'unica possibilità in fatto di fotografia "seria", anche se costituiscono ancora la scelta più diffusa. Grazie all'acquisto fatto da un amico, ho scoperto le mirrorless Fuji: macchine dalle dimensioni più compatte, prive di mirino ottico ma dotate di un sensore di ultima generazione, resistentissimo alla sgranatura. Tra i modelli più economici ho adocchiato la X-M1, che presentava un display orientabile ad angolo retto: non il meglio in circolazione, ma sicuramente un buon compromesso per fare macro. Oltretutto questi tipi di macchine hanno la possibilità di utilizzare vecchi obbiettivi di fotocamere analogiche tramite degli anelli adattatori. Il fatto che mio padre abbia un vecchio corredo canon FD in disuso è stata una motivazione in più che mi ha spinto ad acquistare questo tipo di macchina, venduta a un prezzo competitivo con due obbiettivi zoom. Macchina microscopica se paragonata a una reflex e non così performante nella messa a fuoco automatica, è però in grado di fotografare senza flash in condizioni di luce scarsa, anche se equipaggiata con un obbiettivo di qualità non eccelsa. Con questo strumento a disposizione vorrei cimentarmi in un progetto a cui sto pensando da tempo e che, al suo compimento, non potrà che arricchire questo blog.


 

martedì 8 aprile 2014

Raccontare con le immagini - I bei vecchi tempi

I bei vecchi tempi
Il buon tempo andato? Il tempo è sempre buono quando è andato. (George Byron)

In quello che vuol essere un piccolo esperimento tra il comico e il sarcastico, si vogliono esplorare le capacità e la forza delle immagini nel raccontare una storia o far passare un concetto. Per incominciare ho voluto mettere alla berlina alcuni dei luoghi comuni più diffusi, usando immagini che ne rafforzano e sostengono il concetto, seguite da altre che lo contraddicono, accompagnate però da frasi che, seguendo il ragionamento del luogo comune, creano uno stridente contrasto. Per rendere l'idea di quello che il lavoro con le immagini può fare, ho messo alla berlina il luogo comune, diffuso in tutte le culture, del buon tempo andato, o dell'età dell'oro che dir si voglia. Un'epoca mitica in cui tutto andava bene, un'epoca che si tende a collocare in un passato non ben definito, forse variabile da soggetto a soggetto. Visto che si tratta di un concetto enunciato e sostenuto solitamente dai parenti più prossimi, ho deciso di comparare l'epoca attuale a quella in cui erano giovani i miei genitori. Spero che nessuno se ne abbia a male, ma come si dice, a ogni generazione la propria pena.